mercoledì 4 novembre 2009

i valori non si cancellano a suon di sentenze

Le radici di un popolo non si possono tagliare, al di là dell’essere laici o cristiani. Poiché risulta assodato che le radici dell’intera Europa e non solo dell’Italia affondano nel cristianesimo, non si capisce la logica della sentenza della Corte di Strasburgo che vuole eliminare il crocifisso dalle aule scolastiche italiane. Al di là del tentativo di attribuire un sapore di finta decisione democratica a ciò che invece è la negazione di un diritto consolidato, resta il fatto che, laici o cattolici che siano, per gli italiani tutti il crocifisso nelle scuole resta non solo una tradizione, ma una radice, un valore preciso. Questo attaccamento ai valori consolidati non può essere eliminato per via di sentenza o con un colpo di penna come fosse un “formaggio di fossa”. La Corte Europea, in definitiva, non può comportarsi di fronte ad una tradizione che ha sede nella coscienza più riposta degli italiani come se si trovasse di fronte al problema di adeguare un formaggio qualsiasi alle direttive di Strasburgo. Ecco perché la sentenza ci appare doppiamente ingiusta: perché, da un lato, non rispecchia affatto i principi della democrazia e perché, dall’altro, incide dolorosamente sulle tradizioni di un intero popolo. Questo diritto non trova riscontro nella legislazione europea: il crocifisso nelle aule è un valore sedimentato nelle coscienze degli italiani fino dai primi anni della loro formazione scolastica, è l’indicazione precisa di una tradizione di fede. È vero che oggi la maggior parte delle leggi provengono dall’Europa, è vero che legislazioni nazionali dovranno cedere di fronte a quella dell’Unione Europea: ma quale è l’utilità di cancellare per via giuridica la fede di un popolo?

lunedì 2 novembre 2009

comunicato stampa

Il PDL Grugliasco prende le distanze e condanna fermamente le affermazioni inneggianti al Fascismo comparse sul social network Facebook, ma coglie l'occasione per esprimere solidarietà al Consigliere Comunale Vigna, pretestuosamente attaccato e denigrato dall'ANPI di Grugliasco.

Il PDL Grugliasco - nel solco della tradizione di alcuni suoi membri che da innumerevoli anni partecipavano a varie manifestazioni di commemorazione del 25 aprile con le proprie famiglie - negli ultimi anni ha partecipato alle commemorazioni del 25 e 30 aprile svoltesi a Grugliasco.
Una partecipazione sempre sentita e composta, anche a fronte di discorsi talvolta troppo forti e provocatori di alcuni suoi esponenti, come è avvenuto nell'ultima occasione; discorsi che ben poco hanno a che vedere con la ricorrenza celebrata.

Allo stesso modo in cui prendiamo le distanze dallo spiacevole episodio succitato avvenuto su Facebook, ci auguriamo che la sezione cittadina dell'ANPI prenda ufficialmente le distanze dalle affermazioni del suo esponente Fulvio Grandinetti, che sul medesimo network scrisse “Un porco è un porco anche da morto” riferendosi al caporal maggiore dei paracadutisti della Folgore Alessandro di Lisio, caduto in un attentato terroristico in Afghanistan il 14 luglio 2009: sono ancora nitide davanti ai nostri occhi le immagini del Presidente della Repubblica Napolitano che rende omaggio alla salma e alla famiglia.

Rinnoviamo la nostra stima all'ANPI, alla Federzione Italiana Volontari della Libertà e alla Federazione Italiana Associazioni Partigiane che in questi anni hanno portato avanti, soprattutto tra i giovani, i valori della Resistenza e della democrazia.

giovedì 29 ottobre 2009

Università, ecco la svolta meritocratica

Il Consiglio dei ministri ha dato il via libera al disegno di legge per la riforma dell'università presentato dal ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini. Il ddl, spiega una nota, afferma il principio che l'autonomia delle università deve essere coniugata con una forte responsabilità: finanziaria, scientifica, didattica. Le università sono autonome ma risponderanno delle loro azioni. Se saranno gestite male riceveranno meno finanziamenti. I fondi saranno dunque attribuiti solo in base alla qualità, sancendo la fine dei finanziamenti a pioggia. Si riforma inoltre il reclutamento del personale e si riforma la governance delle università secondo criteri meritocratici e di trasparenza.

Organizzazione del sistema universitario - Entro sei mesi dall'approvazione della legge le università dovranno approvare statuti con le seguenti caratteristiche.

• Adozione di un codice etico. Come è: non ci sono regole per garantire trasparenza nelle assunzioni e nell'amministrazione. Come sarà: ci sarà un codice etico per evitare incompatibilità, conflitti di interessi legati a parentele. Alle università che assumeranno o gestiranno le risorse in maniera non trasparente saranno ridotti i finanziamenti del ministero.

• Limite massimo complessivo di 8 anni al mandato dei rettori, inclusi quelli già trascorsi prima della riforma. Come è: ogni università decide il numero dei mandati. Come sarà: un rettore non potrà rimanere in carica per più di 8 anni, con valenza retroattiva.

• Distinzione netta di funzioni tra Senato e Consiglio d'Amministrazione: il primo organo accademico, il secondo di alta amministrazione e programmazione. Come è: attualmente vi è una confusione e ambiguità di competenze tra i due organi che non aiuta l'assunzione di responsabilità nelle scelte. Come sarà: il Senato avanzerà proposte di carattere scientifico, ma sarà il CdA ad avere la responsabilità chiara delle spese, delle assunzioni e delle spese di gestione anche delle sedi distaccate. Il CdA non sarà elettivo, ma fortemente responsabilizzato e competente, con il 40% di membri esterni. Il presidente del CdA potrà essere esterno.

• Presenza qualificata degli studenti negli organi di governo.
• Introduzione di un direttore generale al posto del direttore amministrativo. Come è: oggi il direttore amministrativo è spesso un esecutore con ruoli puramente amministrativi. Come sarà: il direttore generale avrà compiti di grande responsabilità e dovrà rispondere delle sue scelte, come vero e proprio manager dell'ateneo.

• Nucleo di valutazione d'ateneo a maggioranza esterna. Come è: molti nuclei di valutazione sono oggi in maggioranza composti da docenti interni. Come sarà: il nucleo di valutazione dovrà avere una maggiore presenza di membri esterni per garantire una valutazione oggettiva e imparziale.

• Gli studenti valuteranno i professori. Questa valutazione sarà determinante per l'attribuzione dei fondi alle università da parte del ministero

• Possibilità per gli atenei di fondersi tra loro o aggregarsi su base federativa per evitare duplicazioni e costi inutili. Come è: oggi università vicine non possono unirsi per razionalizzare e contenere i costi. Come sarà: ci sarà la possibilità di unire o federare università vicine, anche in relazione a singoli settori di attività, di norma in ambito regionale, per abbattere costi e aumentare la qualità di didattica e ricerca.

• Riduzione dei settori scientifico-disciplinari, dagli attuali 370 alla metà (consistenza minima di 50 ordinari per settore). Come è: ogni professore è oggi rigidamente inserito in settori scientifico-disciplinari spesso molto piccoli, anche con solo 2 o 3 docenti. Come sarà: saranno ridotti per evitare che si formino micro-settori, che danneggiano la circolazione delle idee e danno troppo potere a cordate ristrette.

• Riorganizzazione interna degli atenei. Riduzione molto forte delle facoltà che potranno essere al massimo 12 per ateneo. Questo per evitare la moltiplicazione di facoltà inutili o non richieste dal mondo del lavoro.

martedì 27 ottobre 2009

Economia/Ripresa, l’Italia è pronta

Dopo l’11 settembre, il mondo prese coscienza che “nulla sarebbe stato più come prima”. Era vero solo in parte. Certo: ci furono due guerre in due anni; ma è questa crisi economica (della quale solo oggi vediamo la luce alla fine del tunnel) che rischia di modificare in modo strutturale i comportamenti futuri: esattamente come la Grande depressione cambiò il mondo dal 1930 in avanti.
Tutti gli economisti e gli uomini di governo concordano su un punto: è una crisi anomala. Nata nella finanza, si è propagata all’economia reale. Ed oggi la finanza è proprio la prima a mettere fuori la testa per prima dalla crisi. L’economia reale ancora paga il colpo di coda con fabbriche che licenziano e ripresa lenta. Eppure, le regole che controllano il mondo della finanza non sono cambiate un granchè. Al punto che più d’un premio Nobel ha osservato che le potenzialità di rischio di una nuova crisi sono ancora tutte sul tappeto. Mentre è cambiato – ed in modo radicale – l’approccio dei governi nei confronti dell’economia reale.
Può sembrare paradossale, ma così. Nella finanza, dov’è nata la crisi, non sono cambiate le regole; nell’economia reale, che ha subito la crisi finanziaria, si. A partire dal ruolo dello Stato nell’economia.
In tutto il mondo, sono intervenuti gli Stati. Solo a difesa del sistema bancario hanno mobilizzato 5 mila miliardi di dollari. Questa scelta (limitatissima in Italia) ha provocato un aumento dei debiti pubblici nazionali. In altre parole, i debiti pubblici si sono sostituiti ai debiti privati. Ovunque, tranne che in Italia. Quello nazionale, infatti, cresce non per aumento in termini reali (o almeno, non solo per quello); ma perché scende il denominatore del rapporto su cui si misura il debito: cioè, il pil. Vuol dire che i contribuenti di mezzo mondo hanno pagato i debiti delle banche.
Il problema, quindi, è stimolare la crescita. La politica economica del governo ha creato le condizioni per mettere le imprese con la prua al vento al primo refolo di ripresa. Lo ha fatto con la detassazione degli utili reinvestiti; con il bonus lavoro; con l’accelerazione dei pagamenti della pubblica amministrazione nei confronti delle aziende fornitrici.
Ma lo ha fatto soprattutto estendendo un ombrello protettivo di copertura sociale per chi vive direttamente la crisi. Cioè ha aumento le risorse a disposizione degli ammortizzatori sociali; al punto che oggi sono pari al doppio delle richieste di cassa integrazione.
Oggi queste misure devono essere sostenute ed accompagnate da altri interventi nella stessa direzione. Così da accelerare l’uscita dalla crisi. Da qui, la scelta dello scudo fiscale, che potrà (oltre combattere i paradisi fiscali) anche garantire quella molla – finanziaria – in grado di far scoccare la scintilla della ripresa.

Economia/Ripresa, l’Italia è pronta

Dopo l’11 settembre, il mondo prese coscienza che “nulla sarebbe stato più come prima”. Era vero solo in parte. Certo: ci furono due guerre in due anni; ma è questa crisi economica (della quale solo oggi vediamo la luce alla fine del tunnel) che rischia di modificare in modo strutturale i comportamenti futuri: esattamente come la Grande depressione cambiò il mondo dal 1930 in avanti.
Tutti gli economisti e gli uomini di governo concordano su un punto: è una crisi anomala. Nata nella finanza, si è propagata all’economia reale. Ed oggi la finanza è proprio la prima a mettere fuori la testa per prima dalla crisi. L’economia reale ancora paga il colpo di coda con fabbriche che licenziano e ripresa lenta. Eppure, le regole che controllano il mondo della finanza non sono cambiate un granchè. Al punto che più d’un premio Nobel ha osservato che le potenzialità di rischio di una nuova crisi sono ancora tutte sul tappeto. Mentre è cambiato – ed in modo radicale – l’approccio dei governi nei confronti dell’economia reale.
Può sembrare paradossale, ma così. Nella finanza, dov’è nata la crisi, non sono cambiate le regole; nell’economia reale, che ha subito la crisi finanziaria, si. A partire dal ruolo dello Stato nell’economia.
In tutto il mondo, sono intervenuti gli Stati. Solo a difesa del sistema bancario hanno mobilizzato 5 mila miliardi di dollari. Questa scelta (limitatissima in Italia) ha provocato un aumento dei debiti pubblici nazionali. In altre parole, i debiti pubblici si sono sostituiti ai debiti privati. Ovunque, tranne che in Italia. Quello nazionale, infatti, cresce non per aumento in termini reali (o almeno, non solo per quello); ma perché scende il denominatore del rapporto su cui si misura il debito: cioè, il pil. Vuol dire che i contribuenti di mezzo mondo hanno pagato i debiti delle banche.
Il problema, quindi, è stimolare la crescita. La politica economica del governo ha creato le condizioni per mettere le imprese con la prua al vento al primo refolo di ripresa. Lo ha fatto con la detassazione degli utili reinvestiti; con il bonus lavoro; con l’accelerazione dei pagamenti della pubblica amministrazione nei confronti delle aziende fornitrici.
Ma lo ha fatto soprattutto estendendo un ombrello protettivo di copertura sociale per chi vive direttamente la crisi. Cioè ha aumento le risorse a disposizione degli ammortizzatori sociali; al punto che oggi sono pari al doppio delle richieste di cassa integrazione.
Oggi queste misure devono essere sostenute ed accompagnate da altri interventi nella stessa direzione. Così da accelerare l’uscita dalla crisi. Da qui, la scelta dello scudo fiscale, che potrà (oltre combattere i paradisi fiscali) anche garantire quella molla – finanziaria – in grado di far scoccare la scintilla della ripresa.

giovedì 22 ottobre 2009

la provocazione di tremonti

Le riflessioni di Giulio Tremonti sul lavoro hanno sollevato polemiche, ricevuto risposte di vario segno, sono state applaudite o criticate a seconda dei diversi punti di vista. È certamente positivo che su un tema così importante vi sia una vivace reazione da parte delle istituzioni e del mondo politico. Ma proprio la molteplicità di voci che si sono accumulate hanno generato una certa confusione, rischiando di allontanare il dibattito dai suoi corretti binari. Occorre dunque usare buonsenso per comprendere l’essenza del messaggio che Tremonti ha voluto veicolare con il suo intervento, e anche spiegare perché le parole del ministro non sono in contraddizione (come da alcuni erroneamente affermato) né con il suo pensiero passato, né con il liberismo moderato che il centrodestra ha sempre sostenuto e divulgato in questi anni. Innanzitutto, va sottolineato come il ministro dell’Economia abbia avuto il merito di avere posto una questione cruciale per il futuro della società, e di averlo fatto con coraggio e determinazione. Per arrivare al nocciolo del pensiero del ministro del’Economia, bisogna ricordare la matrice ideale (non ideologica: ideale) e culturale di Tremonti, matrice che unisce in sé la sensibilità sociale cattolica e il liberalismo virtuoso, capace di coniugare la libertà dei mercati con la centralità dell’individuo nella società.

• È naturale che Tremonti ribadisca un concetto semplice, persino banale, ma che oggi evidentemente è necessario riportare al centro della discussione: cioè che gli individui vivono in una società, e che la società dev’essere costruita a loro misura per facilitarne le scelte e per fornire loro protezione, aiuto e assistenza in cambio di un contributo attivo al suo funzionamento.

Non esiste alcun modello sociale, forse nemmeno nelle peggiori tirannie, che si possa sottrarre a questa “regola”. Così, quando si perde di vista l’obiettivo del vivere sociale, si dimentica che la soddisfazione delle esigenze dei singoli è la linfa che permette a un sistema di funzionare. Ed ecco che Tremonti, lucidamente e con un pizzico di malizia nella scela dei termini, ci ricorda che una persona, se vuole avere un progetto di vita e costruirsi una famiglia, deve disporre di alcune certezze sul piano economico e lavorativo. Ma se a questa “tranquillità necessaria” si sostituisce una crescente incertezza, la struttura sociale viene messa a rischio e, anziché procedere sul sentiero del benessere e del progresso, sprofonda in una situazione di frustrazione diffusa. Perché il ministro dell’Economia, per esternare questo concetto, ha usato la metafora del “posto fisso”? Per farsi capire e ascoltare da un pubblico il più vasto possibile, suscitando una discussione che non possiamo più eludere. È evidente che il problema della sostenibilità della struttura sociale e la soddisfazione degli individui che ne fanno parte non derivano solo dal “posto fisso”, ma dalle opportunità che vengono offerte ai singoli dalla realtà economico-finanziaria: in un mondo “sano”, ci sarà sempre chi preferirà la sicurezza di un impiego sicuro e chi invece si farà imprenditore di sé stesso, rischiando di più in cambio di un possibile, maggiore guadagno.
Ora, se l’alternativa offerta dal sistema economico-finanzario odierno fosse fra il posto fisso e un’iniziativa privata più rischiosa ma remunerativa, allora la “provocazione” di Tremonti non avrebbe ragione di essere. Purtroppo, la realtà ci mette di fronte a un quadro differente, perché sempre più spesso, oggi, l’alternativa al “posto fisso” sono contratti a termine con salari inadeguati, stage infiniti, assenza di garanzie sino ad arrivare alla disoccupazione. In questa drammatica situazione, attualmente due categorie sociali in particolare soffrono l’assenza di certezze per il proprio futuro: quella dei giovani alla ricerca del primo impiego e quella di coloro che perdono il proprio impiego a un’età in cui è estremamente difficile trovare una nuova collocazione professionale. Queste situazioni determinano sofferenze e drammi esistenziali, vissuti come fallimenti personali, e soprattutto rendono impossibile progettare un futuro sereno, creare legami familiari stabili e, nel caso di continui passaggi da un mestiere all’altro, rendono difficile sentirsi pienamente coinvolti nell’azienda per cui si lavora. Per queste ragioni, preme sottolineare come i contratti flessibili e temporanei possano essere utili per valutare le qualità professionali di una persona e per favorire l’assunzione a tempo indeterminato dei più meritevoli (come in Italia nel recente passato è avvenuto, di fatto, nella gran parte dei casi), ma sono negativi quando vengono continuamente rinnovati in un limbo di permanente provvisorietà e precarietà. E con il prolungarsi della crisi economica, questa situazione purtroppo tende a verificarsi sempre più spesso.

• Il discorso di Tremonti, dunque, ci riporta alle “basi”, e ricorda a tutti che una società che non scommette sul proprio futuro e sulle nuove generazioni rischia di rovinare sé stessa.

Al di là della metafora del “posto fisso” usata per veicolare il messaggio, possiamo dunque cogliere in esso una profonda sensibilità sociale e un appello più che mai urgente e concreto: quello di “ricostruire” il nostro sistema sociale, sottolineando che devono esserne attori gli individui e le istituzioni che essi scelgono a rappresentarli, e che l’economia e la finanza altro non sono che l’espressione della volontà di cittadini e istituzioni. Un concetto che forse appare banale, ma che a pensarci bene non lo è: perché l’ideologia comunista e gli eccessi del turbocapitalismo (che nulla ha a che vedere con il pensiero liberale) hanno - pur nelle loro opposte visioni - condotto a un risultato paradossalmente simile: quello di sottomettere l’essere umano a economia e finanza, riducendolo a un ingranaggio stretto in un meccanismo implacabile.

• Tremonti ci ha ricordato che la ricostruzione di un efficiente sistema economico non potrà prescindere dalla ricostruzione di una società sana, libera dall’eccessivo peso dei cartelli monopolistici che hanno contribuito a diminuire le opportunità per i singoli, fondata su regole virtuose e, tutto sommato, semplici. Forse è giunto il momento di comprendere che, per fare due passi avanti verso un futuro di pace e di benessere, occorre prima fare un piccolo passo indietro, alla ricerca dei valori fondanti che hanno modellato le società Occidentali per decenni e che sono stati colpevolmente dimenticati.

martedì 20 ottobre 2009

comunicato stampa

GRUGLIASCO: 1000€ UNA TANTUM PER IL LAVORATORI IN DIFFICOLTA' LAVORATIVA! UNA VITTORIA DEL PDL

Il pacchetto "salva crisi" proposto dal PDL Grugliasco, durante l'approvazione del bilancio previsionale 2009, trova finalmente la luce con la pubblicazione di due bandi specifici per il supporto alle famiglie che, travolte dalla crisi economica, si trovano in difficoltà.
Tutto nacquè circa un anno fa, quando il gruppo del PDL presentò nel mese di ottobre una mozione per reperire dal VELOX di Corso Allamano dei fondi da distribuire a tutti quei grugliaschesi in difficoltà lavorativa. Il consiglio comunale allora tentennò, portando la discussione a febbraio inoltrato e in tempo utile per inserire il provvedimento all'interno del bilancio previsionale 2009.
Padri di questa iniziativa, il gruppo del PDL presentò 150 emendamenti per fare suo il testo del pacchetto salva crisi, riuscendo a portare la quota a disposizione dei grugliaschesi a 150.000€. Con qualche malumore di alcuni "piddini" il teso fu votato e dal marzo 2009 è partito l'iter amministrativo per capire come assegnare i fondi.
La quotà di partenza è stata suddivisa in due, ovvero 75.000€ per bando. Con il primo, verranno erogati singoli contributi "una tantum" - pari a 1.000€ a favore dei lavoratori licenziati mentre con il secondo, verranno assegnati dei contributi per il mantenimento dell'abitazione a fronte di famiglie grugliaschesi in difficoltà occupazionale ed economica.
Questa nostra iniziativa di "welfare sperimentale" - conclude Viorel Vigna consigliere comunale AN - PDL - è una dimostrazione di come la nostra opposizione sia costruttiva! I 150.000€ reperiti per le famiglie grugliaschesi, sono una chiara risposta al brutale innalzamento dell'addizionale IRPEF del 420% voluta dall'amministrazione nel bilancio precedente. Particella che influsce di non poco sugli stipendi dei cittadini! Il pacchetto salva crisi prevedeva anche l'erogazione degli ecoincentivi sulla rottamazione degli Euro 0-1-2. Troppo facile vietare la circolazione di questi mezzi colpendo soprattutto i commercianti! Il governo ha fatto la sua, ora si adoperino Regione e amministrazione per tutelare una determinata classe lavorativa