Le riflessioni di Giulio Tremonti sul lavoro hanno sollevato polemiche, ricevuto risposte di vario segno, sono state applaudite o criticate a seconda dei diversi punti di vista. È certamente positivo che su un tema così importante vi sia una vivace reazione da parte delle istituzioni e del mondo politico. Ma proprio la molteplicità di voci che si sono accumulate hanno generato una certa confusione, rischiando di allontanare il dibattito dai suoi corretti binari. Occorre dunque usare buonsenso per comprendere l’essenza del messaggio che Tremonti ha voluto veicolare con il suo intervento, e anche spiegare perché le parole del ministro non sono in contraddizione (come da alcuni erroneamente affermato) né con il suo pensiero passato, né con il liberismo moderato che il centrodestra ha sempre sostenuto e divulgato in questi anni. Innanzitutto, va sottolineato come il ministro dell’Economia abbia avuto il merito di avere posto una questione cruciale per il futuro della società, e di averlo fatto con coraggio e determinazione. Per arrivare al nocciolo del pensiero del ministro del’Economia, bisogna ricordare la matrice ideale (non ideologica: ideale) e culturale di Tremonti, matrice che unisce in sé la sensibilità sociale cattolica e il liberalismo virtuoso, capace di coniugare la libertà dei mercati con la centralità dell’individuo nella società.
• È naturale che Tremonti ribadisca un concetto semplice, persino banale, ma che oggi evidentemente è necessario riportare al centro della discussione: cioè che gli individui vivono in una società, e che la società dev’essere costruita a loro misura per facilitarne le scelte e per fornire loro protezione, aiuto e assistenza in cambio di un contributo attivo al suo funzionamento.
Non esiste alcun modello sociale, forse nemmeno nelle peggiori tirannie, che si possa sottrarre a questa “regola”. Così, quando si perde di vista l’obiettivo del vivere sociale, si dimentica che la soddisfazione delle esigenze dei singoli è la linfa che permette a un sistema di funzionare. Ed ecco che Tremonti, lucidamente e con un pizzico di malizia nella scela dei termini, ci ricorda che una persona, se vuole avere un progetto di vita e costruirsi una famiglia, deve disporre di alcune certezze sul piano economico e lavorativo. Ma se a questa “tranquillità necessaria” si sostituisce una crescente incertezza, la struttura sociale viene messa a rischio e, anziché procedere sul sentiero del benessere e del progresso, sprofonda in una situazione di frustrazione diffusa. Perché il ministro dell’Economia, per esternare questo concetto, ha usato la metafora del “posto fisso”? Per farsi capire e ascoltare da un pubblico il più vasto possibile, suscitando una discussione che non possiamo più eludere. È evidente che il problema della sostenibilità della struttura sociale e la soddisfazione degli individui che ne fanno parte non derivano solo dal “posto fisso”, ma dalle opportunità che vengono offerte ai singoli dalla realtà economico-finanziaria: in un mondo “sano”, ci sarà sempre chi preferirà la sicurezza di un impiego sicuro e chi invece si farà imprenditore di sé stesso, rischiando di più in cambio di un possibile, maggiore guadagno.
Ora, se l’alternativa offerta dal sistema economico-finanzario odierno fosse fra il posto fisso e un’iniziativa privata più rischiosa ma remunerativa, allora la “provocazione” di Tremonti non avrebbe ragione di essere. Purtroppo, la realtà ci mette di fronte a un quadro differente, perché sempre più spesso, oggi, l’alternativa al “posto fisso” sono contratti a termine con salari inadeguati, stage infiniti, assenza di garanzie sino ad arrivare alla disoccupazione. In questa drammatica situazione, attualmente due categorie sociali in particolare soffrono l’assenza di certezze per il proprio futuro: quella dei giovani alla ricerca del primo impiego e quella di coloro che perdono il proprio impiego a un’età in cui è estremamente difficile trovare una nuova collocazione professionale. Queste situazioni determinano sofferenze e drammi esistenziali, vissuti come fallimenti personali, e soprattutto rendono impossibile progettare un futuro sereno, creare legami familiari stabili e, nel caso di continui passaggi da un mestiere all’altro, rendono difficile sentirsi pienamente coinvolti nell’azienda per cui si lavora. Per queste ragioni, preme sottolineare come i contratti flessibili e temporanei possano essere utili per valutare le qualità professionali di una persona e per favorire l’assunzione a tempo indeterminato dei più meritevoli (come in Italia nel recente passato è avvenuto, di fatto, nella gran parte dei casi), ma sono negativi quando vengono continuamente rinnovati in un limbo di permanente provvisorietà e precarietà. E con il prolungarsi della crisi economica, questa situazione purtroppo tende a verificarsi sempre più spesso.
• Il discorso di Tremonti, dunque, ci riporta alle “basi”, e ricorda a tutti che una società che non scommette sul proprio futuro e sulle nuove generazioni rischia di rovinare sé stessa.
Al di là della metafora del “posto fisso” usata per veicolare il messaggio, possiamo dunque cogliere in esso una profonda sensibilità sociale e un appello più che mai urgente e concreto: quello di “ricostruire” il nostro sistema sociale, sottolineando che devono esserne attori gli individui e le istituzioni che essi scelgono a rappresentarli, e che l’economia e la finanza altro non sono che l’espressione della volontà di cittadini e istituzioni. Un concetto che forse appare banale, ma che a pensarci bene non lo è: perché l’ideologia comunista e gli eccessi del turbocapitalismo (che nulla ha a che vedere con il pensiero liberale) hanno - pur nelle loro opposte visioni - condotto a un risultato paradossalmente simile: quello di sottomettere l’essere umano a economia e finanza, riducendolo a un ingranaggio stretto in un meccanismo implacabile.
• Tremonti ci ha ricordato che la ricostruzione di un efficiente sistema economico non potrà prescindere dalla ricostruzione di una società sana, libera dall’eccessivo peso dei cartelli monopolistici che hanno contribuito a diminuire le opportunità per i singoli, fondata su regole virtuose e, tutto sommato, semplici. Forse è giunto il momento di comprendere che, per fare due passi avanti verso un futuro di pace e di benessere, occorre prima fare un piccolo passo indietro, alla ricerca dei valori fondanti che hanno modellato le società Occidentali per decenni e che sono stati colpevolmente dimenticati.